Luca De Biase illustra e discute lo scenario mediatico italiano al Center for Civic Media del MIT, diretto da Ethan Zuckermann

Cosa sta accadendo in Italia nell'ambito dei civic media? Luca De Biase ne parla al Center for Civic Media del MIT, diretto da Ethan Zuckerman. L'incontro si è svolto lo scorso 15 settembre.

Ethan Zuckermann direttore del Center for Civic Media del MIT presenta Luca come un innovatore al crocevia tra il giornalismo professionale e i nuovi media. È stato uno dei primi giornalisti a curare un proprio blog e a sollecitare le idee dei lettori sui suoi articoli, oltre ad essere molto presente nel contesto internazionale.

 

Ethan Zuckerman e Luca de Biase

 

Luca apre descrivendo lo scenario mediatico nazionale: “L'Italia è giovane come identità nazionale ma la sua gente ha radici antichissime, il che genera contraddizione: un Paese con una storia millenaria e un ricco retaggio culturale, che però oggi non parla granché con il resto del mondo.”

Per molti versi, l’Italia rappresenta un interessante caso di studio su come non vada regolamentato l’ambito dell’informazione e sul modo in cui invece i media civici possano ribaltare le scadenti policy operative in atto. Le normative in vigore consentivano a Silvio Berlusconi di avere la proprietà di tre reti televisive, mentre una volta eletto Presidente del Consiglio (1994) ha assunto di fatto il controllo delle altre tre reti TV pubbliche. Dato che le reti nazionali sono appena sette, l’unico canale commerciale non controllato da Berlusconi è oggi quello di proprietà Telecom Italia. Il potere della televisione in Italia viene ulteriormente rafforzato dal fatto che il 35% della popolazione è stato classificato “funzionalmente analfabeta” da un’indagine dell’OECD, ovvero incapaci di comprendere appieno il contenuto di un quotidiano, di un’offerta di lavoro o di un contratto finanziario. E mentre l’analfabetizzazione scolastica è di fatto diminuita dall’avvento diffuso della TV (inizio anni ’80), un’altra organizzazione, CHANCES, rileva che oggi il 55% della popolazione si informa soltanto tramite la televisione.

L’estremo consolidamento delle reti TV rende internet e i media partecipativi molto importanti a livello politico. Un classico esempio sono i referendum, strumento a cui si è ricorso spesso negli ultimi 20 anni: in genere è bastato che le TV non ne parlassero per causare un’affluenza alle urne inferiore al 50%, e quindi invalidarli. Pratica tuttavia ribaltata nei tre referendum dello scorso giugno, su energia nucleare, privatizzazione dell’acqua e legittimo impedimento. A fronte del silenzio delle TV fino a quattro giorni prima del voto, si è registrato l’incessante tam-tam diffuso sui social media e via internet. Risultato: sono passati tre SI con quasi il 55% del quorum.

Un altro punto di forza di internet -- a cui oggi accede regolarmente oltre il 50% delle popolazione, sempre secondo l’indagine del CHANCES – è quello di contribuire a superare l’attuale congiuntura economica e a creare nuova occupazione per i giovani. Secondo Luca, l’esportazione di idee e servizi professionali grazie al digitale dovrebbe sostituire il classico export italiano di mobili e cibo: “L’economia non-materiale dipenderà sempre più da prodotti, aziende e innovazioni messe a punto e promosse online.” E sembra che le cose inizino a muoversi in questa direzione: nel 2010, il valore totale dell’esportazione italiana è cresciuto del 10%, mentre quello delle merci è calato del 4%. In definitiva, quindi, lo spazio online va imponendosi come una grossa opportunità per i giovani e per l’economia, oltre che come utile strumento per cambiare la situazione politica e migliorare la democrazia.

Luca passa poi al lato meno allegro della situazione. Quali gli ostacoli da affrontare per la crescita di questo spazio online, e come usarlo in maniera più condivisa possibile? La sua maggiore preoccupazione sembra infatti essere quella di trovare ragioni valide che portino i cittadini a condividere un’agenda comune. La Rete italiana abbonda di piccoli gruppi che però perseguono obiettivi propri e comunicano quasi soltanto all’interno del proprio ambito. Pur se una certa frammentazione è intrinseca al medium online in generale, come fare per raggiungere obiettivi condivisi? Quali i meccanismi deliberativi da implementare? In Italia, la stessa spinta coagulante dei referendum di tre mesi fa oggi è pressoché esaurita. Occorre mettere a punto incentivi per poter lavorare insieme, e capire come influenzare collettivamente l’agenda politica nazionale.Ovviamente i singoli gruppi potranno e dovranno continuare a perseguire i propri interessi, ma si fa impellente il bisogno di una progettualità più ampia e condivisa.

Domande e risposte Karen vorrebbe sapere qualcosa sullo stato della cinematografia italiana. Luca spiega che c’è parecchio fermento nell’ambito dei documentari, meno nel resto del settore. Ad esempio, un progetto partito nel 2006 con cinque persone oggi conta una rete di circa 600 addetti che produce cortometraggi di vario tipo, inclusa la copertura del terremoto in Abruzzo del 2009.

Ethan: Nonostante la terribile concentrazione delle reti TV e la conseguente mancanza d’informazione, l’attivismo popolare ha portato alla vittoria nei referendum. Com’è andata?

Luca: È una storia gravida di speranza, in parte dovuto all’effetto trainante del noto comico Beppe Grillo. Quando disse in TV, davanti a 15 milioni di persone, che i socialisti stavano rapinando il Paese, com’era di fatto, venne cacciato e da allora la sua popolarità è cresciuta a dismisura. Qualche anno fa ha aperto un blog personale che è presto diventato il numero uno in Italia e l’undicesimo nella classifica globale di Technorati. Ciò pur essendo solo in italiano e non avendo link esterni, ma pubblicando solo notizie varie e idee personali. Adesso Grillo ha creato l’ennesimo partito politico, e la spinta appare ormai in esaurimento. Tuttavia anche quest’esperienza ha confermato che online i cittadini sono per lo più isole con valori diversi che parlano quasi soltanto con i propri referenti. Invece il punto è stabilire un accordo condiviso basato sui fatti, prima di iniziare un qualsiasi confronto. I fatti contano in quanto tali, e dovrebbero rimanere al di fuori delle alterazioni politiche.

Sasha Costanza-Schock: L’Italia vanta un attivo passato di radio e TV libere, prima del consolidamento di cui sopra, mentre agli inizi degli anni 2000 Indymedia Italy era uno dei nodi più forti dell’omonima rete globale. Non è certo mancata la creatività nell’ambito dell’attivismo mediatico, per non parlare dell’influenza storica di teorici e intellettuali. Per esempio, da Gramsci alle teorie dell’Autonomia di Pasquinelli, BiFo, Radio Alice -- teorie e pratiche mediatiche assai legate ai movimenti sociali sul territorio. Come è possibile incanalare tale patrimonio storico onde avere una narrativa da poter riprodurre altrove nel mondo, in opposizione al controllo di Berlusconi sulla TV e relativi annessi?

Luca: Una qualità in cui gli italiani si riconoscono è la creatività, e se sei creativo e vai contro il sistema allora quel che dici diventa celebre, più di quanto meriti la sostanza del discorso. È sì importante dire qualcosa in modo strano, stimolante o creativo. Ma questi movimenti hanno sempre rivelato una debolezza: partono autodefinendosi marginali, perdenti. Sono vittime del sistema. Non riusciranno mai a vincere, limitandosi piuttosto a testimoniare le proprie idee... Possono solo cambiare il modo in cui consideriamo il sistema, nel senso di avere maggiori strumenti critici e maggior spazio per ribadire quello che non va. Ma non è certo uno scenario ideale, perché a volte c’è bisogno di vincere o di cambiare davvero le cose.

Sasha: Quindi dovremmo trarre ispirazione dalla creatività dei media radicali per trasformare i movimenti sociali da resistenti a propositivi, con l’obiettivo di trasformare concretament la società?

Luca: Credo che soltanto il fatto di essere d’accordo sui fatti precisi da considerare sarebbe una rivoluzione! Un analogo paradigma è in atto con le previsioni economiche proposte da certe entità internazionali. Organizzazioni pratiche e storicamente credibili come la Confindustria [proprietaria del quotidiano Il Sole 24 ore, dove lavora Luca De Biase], sono state messe in discussione dal governo e accusate di divulgare rapporti che portano “cattiva fortuna” all’Italia. Insomma, possiamo dirci d’accordo come giornalisti indipendenti almeno su principi-base quali accuratezza e indipendenza delle fonti?

È per questo che Luca e altri hanno avviato la Fondazione <ahref con base a Trento, seconda città italiana per la ricerca scientifica e dove si investe parecchio nella creazione di conoscenza. La Fondazione ha lanciato esperimenti per rispondere a domande quali: “È possibile innestare comportamenti civici positivi nelle piattaforme collaborative online?” Nel primo di questi esperimenti su Timu ("squadra" in Swahili), i cittadini coinvolti s’impegnano a rispettare gli standard di accuratezza, imparzialità, indipendenza, legalità -- portando avanti l’inchiesta insieme a ricercatori professionisti. Il progetto pilota di Timu, già in parte consultabile sul sito, è un’ inchiesta partecipativa promossa da Fondazione con il Sud sulla dispersione scolastica in Italia e in particolare nel Mezzogiorno. L’inchiesta nasce dalla relazione di materiali eterogenei raccolti sul territorio: testi, immagini, video e tracce audio per raccontare attraverso testimonianze e documenti le cause, le ragioni sociali e le storie personali di tale fenomeno.

Un altro progetto riguarda la partnership con l’organizzazione tedesca Falling Walls di Berlino, che organizza eventi per discutere quali altri muri dovrebbero cadere altrove nel mondo. Il tutto gira sulla piattaforma Timu e vi è coinvolto anche il gruppo di cineasti menzionato prima.

Jim Paradis: Come spiegare questo potere della televisione oggi che internet è così diffuso?

Luca: Essendo “funzionalmente analfabeta”, il 35% degli italiani segue le notizie soltanto in TV e lo stesso vale in pratica per un altro 20% che segue l’attualità solo tramite il passa-parola. Il 2010 è stato il primo anno in cui oltre la metà dei cittadini italiani è online, il che significa che il restante 49% segue comunque la TV. E sulla quota di analfabeti di fatto, alcune cifre sono perfino più alte. Basandosi sui dati dell’Istat, il professor Tullio de Mauro sostiene fra l’altro che “l’Italia, nel confronto internazionale con i partner dell’Unione Europea, risulta indietro su quasi tutti gli indicatori di partecipazione culturale.” [si veda "Livelli di partecipazione alla vita della cultura in Italia " di Tullio De Mauro, Adolfo Morrone (2008)].

Jim: Ma non esistono leggi per l’alfabetizzazione di base? E le relative istituzioni sono assenti o deficitarie nell’imporre tali leggi?

Luca: È notevole la tua fiducia nelle istituzioni… L’Italia è sempre più un Paese di anziani, che hanno lasciato la scuola molto tempo fa e poi non ha mai quasi più letto nulla, finendo di fatto per non saper più leggere. E per quanto riguarda i giovani, il 25% della fascia 14-24 anni trova difficile leggere qualcosa, mentre cresce il fenomeno dell’abbandono scolastico e i fondi per l’istruzione continuano a subire tagli.

Ethan: Esistono due tipi di alfabetizzazione. Newt Minnow, commissario della FCC noto per aver definito la TV un’enorme deserto perché non fa nulla per l’istruzione e la partecipazione civica, l’altra sera è apparso parimenti frustrato al Berkman Center. Secondo il giornaista Jonathan Alter, sono forse 10 milioni i cittadini USA che seguono seriamente la politica, mentre circa 130 milioni votano alle presidenziali. Come fanno gli altri 120 milioni a votare con cognizione di causa, e come fare a raggiungerli? I livelli di partecipazioni sono assai differenziati nella popolazione, ed è davvero complicato considerarne il grado di impegno civico.

Ian: È interessante provare a cambiare certe norme del giornalismo. Ma come inserire l’accuratezza e certe posizioni di parte in questo cambiamento? E come ampliare l’interesse dei giornalisti per nuove tematiche?

Luca: Occorre mettere insieme cose rivoluzionarie e intrattenimento. È importante proporre nuove chiavi di lettura e formati nuovi (spesso gli attivisti ricorrono ai gadget tecnologici per arricchire gli eventi, ben sapendo che i giornalisti sono sempre interessati a riportare su cose tipo Facebook, iPhone, ecc.). E quando si parla di fare giornalismo dal basso, forse la cosa migliore è dare in mano una telecamera ai ragazzini. Non superando il metro di altezza, fanno letteralmente giornalismo dal basso. Si ottengono così angolature assai divertenti per coinvolgere giornalisti e lettori. In ogni caso, non ha senso avere una noiosa piattaforma online dove si è tutti d’accordo nell’essere accurati. Si parte da quest’ultima caratteristica, ma per poi costruirci sopra qualcosa di stimolante e divertente.

(Testo originale di Matt Stempeck, sintesi italiana di Bernardo Parrella).

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