Il lavoro dei giornalisti nell'età delle reti
Partecipano all'incontro: Roberto Rho (resoponsabile dell'edizione di Milano del quotidiano La Repubblica); Paolo Biondi (Reuters); Nicola Bruno (Effecinque); Fausto Colombo (Università Cattolica, Milano); Luca De Biase (Il Sole 24 Ore, Fondazione <ahref); Davide Parenti (Le Iene); Gian Paolo Prandstraller (Università di Bologna); Carlo Sorrentino (Università di Firenze) e Angelo Agostini (Università Iulm). Ha coordinato Dario Di Vico (Corriere della Sera).
Paolo Biondi giornalista dell'agenzia Reuters ha aperto la discussione parlando di quelli che sono i problemi connessi al lavoro di quei giornalisti che si occupano di fare informazione politica. Biondi ha rilevato come il ruolo dei social network quali Facebook ma - soprattutto - Twitter stia diventando sempre più centrale come fonte delle notizie per un giornalista. Oggi un numero sempre maggiore di personaggi pubblici utilizzano i social network per comunicare. Ma nel mondo dei social network l'errore è sempre in agguato. Si tratti di un falso account (come quello dal quale è partita nei giorni scorsi la falsa notizia che il ministro Passera avrebbe bloccato l'assegnazione delle frequenze televisive ricavate dai vecchi canali della tv analogica), oppure di account autentici dove però a twittare non è direttamente il personaggio pubblico ma un suo portavoce, l'esigenza è quella di un continuo riscontro delle fonti e di un costante lavoro di contestualizzazione che valorizzano ancora di più il ruolo e il lavoro del giornalista o di chi sceglie di operare come intermediario tra la fonte delle informazioni e il pubblico.
Roberto Rho, giornalista di Repubblica e responsabile della edizione milanese del quotidiano di Roma, ha parlato del nuovo contesto della "informazione locale" al tempo delle reti. Per capire il ruolo del giornalista, ovvero di chi produce informazione, Rho si pone prima di tutto una domanda. E' possibile dare una definizione del termine informazione? E ancora: i contenuti prodotti dai social network si possono definire come informazione? Per Rho la risposta a questa seconda domanda è negativa. L'informazione è quello strumento che consente alle persone di essere dentro o fuori dal discorso pubblico, che permette di capire. E' uno strumento sofisticato e organizzato che tiene insieme elementi diversi e solo la combinazione di tutti questi elementi consente alle persone di essere cittadino informato. L'informazione non è il racconto del fatto ma la capacità di dare a questo fatto una collocazione gerarchica rispetto ad altri fatti e di contestualizzarlo in una mappa di riferimenti culturali. E questa è la sostanza del mestiere del giornalista mentre Facebook e Twitter per Rho sono un altra cosa.
Davide Parenti, autore della trasmissione di Italia Uno Le Iene, racconta il modo in cui opera con il suo gruppo di collaboratori. Le Iene, pur non essendo realizzata da giornalisti professionisti in realtà viene riconosciuta soprattutto dai più giovani come il più efficace esempio di giornalismo. Parenti racconta come nasce la trasmissione e soprattutto come sono maturate alcune delle soluzioni narrative più efficaci e innovative inventate negli ultimi anni proprio dalle Iene, come il format dell'intervista doppia, che acquisisce il suo travolgente ritmo grazie ad grande lavoro di asciugatura delle pause e delle parti ridondanti delle risposte. Un lavoro di asciugatura e di sintesi che secondo Angelo Agostini, deve essere considerato giornalistico a tutti gli effetti.
Luca De Biase, giornalista del Sole24Ore e presidente di fondazione <ahref, si chiede invece dove sia possibile ritrovare oggi il discorso pubblico. Quello che un tempo coincideva fondamentalmente con ciò che veniva scritto nei grandi giornali che a sua volta condizionava l'opinione pubblica dando origine appunto al dibattito pubblico. Oggi tutto questo non esiste più. I giornali sono letti da un numero sempre minore di persone è nel nostro Paese il grande fallimento di questo modello viene certificato da un dato molto allarmante che emerge dalle statistiche ufficiali elaborate dalle Nazioni Unite, dati che certificaìcano come l'analfabetismo funzionale (ovvero il numero di chi pure sapendo leggere non è in grado di comprendere ciò che legge) riguarda il 47% della popolazione italiana. Per avere un'idea della gravità di questo dato - continua De Biase - basti pensare che la Germania si ferma al 15%.
Un secondo sintomo del fallimento del vecchio modello attorno al quale si è organizzato il dibattito pubblico è rappresentato dal fatto che la società di oggi è sempre più una società disomogenea, dove i rapporti interpersonali e i flussi di comunicazione funzionano solo se organizzati attorno a singole "isole antropologiche" che non comunicano tra di loro. Questo comportamento si verifica sia nel sistema tradizionale della informazione (ad esempio la separazione tra diversi pubblici televisivi) sia nel contesto della carta stampata dove i singoli quotidiani tendono in primo luogo a dare una interpretazione dei fatti coerente con il pensiero dominante dei loro lettori. Purtroppo - prosegue De Biase - i media sociali almeno fino ad oggi non sono riusciti a favorire un processo di superamento di questo processo. Anche all'interno di Facebook e di Twitter il concetto dell'isola antropologica, della separazione o meglio della comunicazione limitata alle sole persone che condividono il nostro modo di pensare, tende a riprodursi tale e quale.
I social media dunque non stanno rispondendo a questo problema originato dal precedente modello di comunicazione ma stanno dando invece una risposta positiva ad un altro problema quello della partecipazione collettiva alla narrazione pubblica. Questo elemento è senz'altro positivo e probabilmente è proprio da qui bisognerà partire per arrivare a risultati più concreti e a costruire quello spazio pubblico comune che consenta di superare il mondo delle "isole antropologiche" e di proporre finalmente un discorso pubblico fatto di temi e di regole comuni e condivisi.
Ma questo nuovo spazio pubblico non può essere fatto, come le "isole" di oggi, di fatti, interprertazioni, idee (e di tutti quegli elementi che tendono da sempre a dividerci) ma dalla condivisione di un metodo di ricerca attraverso cui si arriva alla costruzione dell'informazione. E questo medodo di ricerca condiviso non può che derivare dal recupero degli strumenti fondamentali elaborati dal giornalismo: la verifica della notizia, il resoconto oggettivo dei fatti, la dichiarazione di eventuali conflitti di interessi e il rispetto della legge. Questi elementi rappresentano ciò che fondazione <ahref propone non solo ai giornalisti di professione ma a tutti coloro i quali intendono partecipare alla costruzione del dibattito pubblico contribuendo in prima persona con le proprie informazioni. Poi sulle cose, sui fatti, sulla loro interpretazione, sui risultati della ricerca di ognuno ci si continuerà come sempre - e come è giusto che sia - a dividere.
Per Carlo Sorrentino (Università di Firenze) in questi ultimi anni si è verificato un passagio da una sfera pubblica "stratificata" e organizzata in maniera coerente, dove ognuno dei protagonisti aveva il proprio ruolo, ad una sfera pubblica "opaca" dove non soltanto si è verificata una moltiplicazione delle fonti di informazione ma anche la messa in discussione dei ruoli tradizionali delle funzioni che partecipano alla produzione e al consumo della informazione (giornalisti, editori, politica, pubblico, ecc.).
Riguardo al ruolo dei giornalisti, in particolare, è necessario elaborare una diversa teoria che ne definisca ruolo e funzioni. In passato fare il giornalista significava raccontare la politica (la legge) e le deviazioni dalla legge (la malavita). Per fare questo al giornalista bastava vivere in contiguità con i due mondi che doveva raccontare. Ma oggi il discorso pubblico non è più limitato soltanto al racconto di queste due realtà. Sono altri i temi di interesse del pubblico. Nel mondo "opaco" popolato da informazioni che è sempre più difficile riuscire a selezionare e gerarchizzare il lavoro del giornalista richiede una preparazione professionale sempre più sofisticata. Per questo è importante il ruolo di quelle istituzioni, come la IULM che si preoccupano di formare i giornalisti di domani dando loro gli strumenti interpretativi e operativi adatti alla nuova realtà della informazione perché oggi il ruolo del giornalista non è più quello di fungere da cinghia di trasmissione, di trasportare le notizie dalle fonti verso il pubblico, ma diventa il ruolo di un intermediario che deve cosruire senso dentro e attorno al "mondo dell'opaco".
L'intervento di Nicola Bruno, della cooperativa Effecinque di Genova, si è soffermato invece sull'utilizzo dei social network come fonti di informazione per la costruzione di prodotti editoriali innovativi, incentrati sulla sperimentazione di nuove forme di comunicazione. Anche Bruno riprende per certi versi il dualismo già emerso negli interventi precedenti tra una situazione precedente "ordinata" e la realtà di oggi contraddistinta da un enorme flusso di informazioni rispetto alle quali i prodotti informativi vincenti sono quelli che riescono ad estrarre da questo flusso le informazioni più rilevanti per specifici contesti.
Per Fausto Colombo (Università Cattolica, Milano) il tema più rilevante non è quello della tecnologia in quanto tale. Il mondo del giornalimo è già stato altre volte in passato oggetto di grandi cambiamenti in conseguenza della introduzione di nuove tecnologie. Questo è accaduto, ad esempio, negli anni '70 - '80 con l'avvento dell'informatica. Ma queste innovazioni non hanno intaccato la sostanza del lavoro giornalistico come invece sta accadendo oggi. Il fatto è che per capire l'origine della crisi del ruolo del giornalista non serve tanto guardare al fenomeno dell'incremento esponenziale del numero delle persone che sono in grado di fare informazione senza filtri, quanto piuttosto bisogna chiedersi se oggi c'è più circolazione di informazioni, più dibattito, più capacità critica rispetto al passato. Ammesso dunque che la rivoluzione digitale favorisce una maggiore produzione di informazioni rimane tutto da dimostrare che intorno a queste informazioni sia migliorata la nostra capacità di verifica.
Angelo Agostini chiude il dibattito con una nota metodologica. Quello che si è cercato di fare mettendo a confronto tante opinioni è di recuperare il maggior numero di approcci possibili al problema. Problema che rimane "condiviso" perché da tutti gli interventi non sono emerse particolari contraddizioni ma più semplicemente prospettive diverse. Questo perché, al di la delle tante definizioni possibili del lavoro e della professione del giornalista (sia esso politico, locale, due o uno punto zero, citizen journalist o iscritto all'ordine) i problemi avvertiti sono comuni qualsiasi sia il livello di familiarità con le nuove tecnologie. Allora - conclude Agostini - piuttosto che mettersi a fare il tifo per questo o quel giornalismo è più importante che tutti coloro che fanno informazione si uniscano nel rivendicare a gran voce la realizzazione di una agenda digitale del Paese che consenta di porre fine alla vergogna rappresentata da quel 47% di analfabeti funzionali senza la cui partecipazione attiva qualsiasi "discorso pubblico" si trasformerebbe automaticamente in una divisione della nostra società.


